In ognuno di noi soggiorna un lato oscuro, con il quale forse è meglio dialogare, perchè se troppo a lungo volutamente ignorato, esso può diventare prepotente e pericoloso...

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giovedì 6 giugno 2013

Mi fermo a guardare il mondo


Al di là della pubblicazione, scrivere è un atto liberatorio. È espressione della propria creatività, è libera manifestazione di pensiero, a volte così libera da non renderci conto di cosa ci sia dietro alle parole che abbiamo messo sulla carta. Se scriviamo per noi stessi, può essere anche terapeutico. Io sono convinta che sia necessario dialogare con la parte oscura di noi. Tutti ne abbiamo una, e non dobbiamo lasciarla sola, relegata in un angolo. È meglio parlarci, confrontarci con lei. Se ci risulta ostico e difficile, scrivere può aiutarci. Scrivere per gli altri, però, è un passo di grande apertura. Si impara ad essere molto ricettivi e a sviluppare la capacità di osservazione, essenziale per poter scrivere delle buone storie. Gli altri diventano i nostri primari soggetti d'interesse, fonte di ispirazione. Tutto ciò che ci circonda acquista nuovi aspetti, nella mente di uno scrittore: lo stimolo per un nuovo racconto può trovarsi anche in una conversazione fra due sconosciuti su un autobus. Inventare e scrivere storie aiuta ad aprire gli occhi sul mondo: li devi proprio allargare, fino a farli diventare enormi, e sporgerli, per vedere in panoramica. Spesso ci limitiamo a guardare soltanto davanti a noi, per pigrizia o per la fretta, ma se ci alleniamo ad ampliare la nostra visuale scopriremo molte cose. È sufficiente cominciare a prestare più attenzione, magari su meno dettagli per volta, però in modo più esauriente. L'importante è cogliere gli aspetti meno evidenti, i particolari più insoliti e bizzarri. E per far questo, è bene fermarsi. Lasciamo correre il mondo e fermiamoci a guardarlo-

lunedì 19 marzo 2012

Un libro diventa di chi lo legge


Dopo aver pubblicato TRE INNOCUI DELIRI ho imparato davvero tanto sulla scrittura. Il mondo che ho trovato, i feedback che mi sono arrivati, mi hanno fatto intuire (capire sarebbe troppo) i mille aspetti di questo Mestiere. Perchè così lo vedo io, come un Mestiere. Non come un bisogno né come uno sfogo, ma come un Mestiere, con la M maiuscola.
Una volta pubblicato, il mio libro di racconti è diventato di tutti quelli che volevano leggerlo. Ognuno ci ha visto delle cose differenti, e in questo modo le ho viste anch'io. E ho scoperto questa magia unica di cui può godere lo scrittore. L'ho visto prendere decine di sfaccettature diverse, che sono uscite anche senza il mio controllo, a volte.
Io scrivo di paure, di lati oscuri, di bivi inquietanti, di dialogo tra noi e quell'altra parte di noi, che sta oltre lo specchio. Ma in realtà scrivo di emozioni, delle mie e delle vostre.
La mia testa mi propone delle storie e io decido di metterle sulla carta. Mentre scrivo, le storie si sviluppano, si svelano, si arricchiscono, e portano un messaggio. Quale sia il messaggio, ogni lettore lo stabilisce per conto suo. L'importante è che un messaggio arrivi. Può essere divertente (anche la paura può esserlo), può essere angosciante, può essere leggero o pesante, può durare pochi minuti o restare impresso per anni. Ciò che conta è che, almeno per un attimo, smuova qualcosa.
I due romanzi che ho "covato" in seguito hanno fatto tesoro di questo insegnamento, nutriti da un'altra consapevolezza.
Se hai letto TRE INNOCUI DELIRI e hai provato un brivido, qualunque esso sia, ho svolto bene il mio Mestiere.