In ognuno di noi soggiorna un lato oscuro, con il quale forse è meglio dialogare, perchè se troppo a lungo volutamente ignorato, esso può diventare prepotente e pericoloso...
lunedì 29 luglio 2013
Un piccolo assaggio multimediale...
martedì 23 luglio 2013
It's QPO time
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| Copertina di Massimo Goina |
giovedì 6 giugno 2013
Mi fermo a guardare il mondo

Al di là della pubblicazione, scrivere è un atto liberatorio. È espressione della propria creatività, è libera manifestazione di pensiero, a volte così libera da non renderci conto di cosa ci sia dietro alle parole che abbiamo messo sulla carta. Se scriviamo per noi stessi, può essere anche terapeutico. Io sono convinta che sia necessario dialogare con la parte oscura di noi. Tutti ne abbiamo una, e non dobbiamo lasciarla sola, relegata in un angolo. È meglio parlarci, confrontarci con lei. Se ci risulta ostico e difficile, scrivere può aiutarci. Scrivere per gli altri, però, è un passo di grande apertura. Si impara ad essere molto ricettivi e a sviluppare la capacità di osservazione, essenziale per poter scrivere delle buone storie. Gli altri diventano i nostri primari soggetti d'interesse, fonte di ispirazione. Tutto ciò che ci circonda acquista nuovi aspetti, nella mente di uno scrittore: lo stimolo per un nuovo racconto può trovarsi anche in una conversazione fra due sconosciuti su un autobus. Inventare e scrivere storie aiuta ad aprire gli occhi sul mondo: li devi proprio allargare, fino a farli diventare enormi, e sporgerli, per vedere in panoramica. Spesso ci limitiamo a guardare soltanto davanti a noi, per pigrizia o per la fretta, ma se ci alleniamo ad ampliare la nostra visuale scopriremo molte cose. È sufficiente cominciare a prestare più attenzione, magari su meno dettagli per volta, però in modo più esauriente. L'importante è cogliere gli aspetti meno evidenti, i particolari più insoliti e bizzarri. E per far questo, è bene fermarsi. Lasciamo correre il mondo e fermiamoci a guardarlo-
giovedì 27 settembre 2012
Ispirazione e felicità
lunedì 19 marzo 2012
Un libro diventa di chi lo legge

Dopo aver pubblicato TRE INNOCUI DELIRI ho imparato davvero tanto sulla scrittura. Il mondo che ho trovato, i feedback che mi sono arrivati, mi hanno fatto intuire (capire sarebbe troppo) i mille aspetti di questo Mestiere. Perchè così lo vedo io, come un Mestiere. Non come un bisogno né come uno sfogo, ma come un Mestiere, con la M maiuscola.
Una volta pubblicato, il mio libro di racconti è diventato di tutti quelli che volevano leggerlo. Ognuno ci ha visto delle cose differenti, e in questo modo le ho viste anch'io. E ho scoperto questa magia unica di cui può godere lo scrittore. L'ho visto prendere decine di sfaccettature diverse, che sono uscite anche senza il mio controllo, a volte.
Io scrivo di paure, di lati oscuri, di bivi inquietanti, di dialogo tra noi e quell'altra parte di noi, che sta oltre lo specchio. Ma in realtà scrivo di emozioni, delle mie e delle vostre.
La mia testa mi propone delle storie e io decido di metterle sulla carta. Mentre scrivo, le storie si sviluppano, si svelano, si arricchiscono, e portano un messaggio. Quale sia il messaggio, ogni lettore lo stabilisce per conto suo. L'importante è che un messaggio arrivi. Può essere divertente (anche la paura può esserlo), può essere angosciante, può essere leggero o pesante, può durare pochi minuti o restare impresso per anni. Ciò che conta è che, almeno per un attimo, smuova qualcosa.
I due romanzi che ho "covato" in seguito hanno fatto tesoro di questo insegnamento, nutriti da un'altra consapevolezza.
Se hai letto TRE INNOCUI DELIRI e hai provato un brivido, qualunque esso sia, ho svolto bene il mio Mestiere.
giovedì 15 dicembre 2011
L'ultimo regalo sotto l'albero

E se a Natale sotto l’albero trovassi un pacchetto ben confezionato che non riporta alcun biglietto, se non ti ricordassi di averlo messo lì e se nessuno dei tuoi famigliari lo riconoscesse? Se quel pacchetto arrivato non si sa come proprio sotto il tuo albero dagli addobbi rosso e oro, per qualche motivo che proprio non sai individuare, ti procurasse un’illogica sensazione di repulsione, un desiderio di distanza, pur se incartato in una brillante e quanto mai banale carta da regalo rossa, con tanto di nastro dorato e fiocco? Se quando lo toccassi un brivido ti scuotesse il corpo come una scossa elettrica? Se quando lo prendessi fra le mani avessi la strana percezione che dentro ci fosse qualcosa di orribilmente malvagio, pronto a uscire appena scartata la sua accattivante confezione? Se tutti ti guardassero, ignari di questo tumulto di emozioni, aspettando che tu apra questo ultimo solitario pacchetto? Lo apriresti, il tuo regalo di Natale?
venerdì 7 ottobre 2011
Diario di un lupo mannaro

Ci stavo pensando parecchio in questi giorni. Fra le letture che mi son rimaste incise nella memoria "nera" c'è il "Diario di un lupo mannaro". Ricordavo che si trattava di un libro di Urania. Chiudendo gli occhi, mi vedevo ragazzina, seduta sul tappeto della camera dei miei, a gambe incrociate, scorrere le pagine, affascinata. Nota bene: stiamo parlando di fine anni '70-primi anni '80, mica dell'altro ieri! ;-)
Il racconto era strutturato in forma di diario e descriveva la vacanza solitaria di un tizio (sto andando solamente a ricordi, perdonatemi le imprecisioni) in uno chalet di montagna. Gradualmente, il tizio nota dei cambiamenti su di sé e sulle proprie pulsioni. Abitudini e inclinazioni che non gli sono mai appartenute s’impossessano di lui, portandolo a gesti a lui estranei e inquietanti ma liberatori. Nel momento della scrittura del diario, però, la lucidità "umana" lo riporta in sé e il suo racconto diventa una testimonianza angosciante e affranta di ciò che egli compie vagando nella foresta, aggravata dalla consapevolezza della propria impotenza di fronte all'inevitabile trasformazione che sta subendo. In poche parole, il tizio diventa un lupo mannaro e la notte va a caccia delle sue vittime umane.
Curiosando sul web, ho trovato un forum dove si parla proprio di questo racconto: licantropi.forumcommunity.net. Il titolo lo ricordavo bene, "Diario di un lupo mannaro", di Brennan. Non ricordavo invece il titolo della raccolta di cui faceva parte: "Mostra di mostri", antologia curata da Elwood e pubblicata dalla Mondadori nel 1979 come volumetto da edicola di Urania (n. 795). Ciò che proprio non faceva parte dei miei ricordi è che, dicono nel forum, il racconto verte sulla licantropia vista come forma di schizofrenia, senza alcun cambiamento fisico... beh, si vede che la mia memoria l'ha un po' trasformato ;-)
Penso che quello che mi ha tanto colpito, per farlo spiccare nei miei ricordi dopo... più di 30 anni (!) sia proprio il graduale passaggio da una situazione più che normale, di ricerca della tranquillità, come può essere una vacanza, all'incubo ormai inarrestabile che cattura il protagonista, conducendolo verso l'inevitabile. Quando il tizio si rende conto che ciò che sta accadendo è davvero grave, è "Male", oramai è troppo tardi e non gli resta che cercare di lasciare una testimonianza in forma epistolare per spiegare nei dettagli cosa gli è successo.
Ancora una volta, dunque, affascinata dal lento e inevitabile processo per giungere alla nostra metà oscura...

